Io amo le mie montagne.
Dove abitavo da piccola era tutto piatto; alzando lo sguardo vedevo alte palazzine e basta.
Le montagne erano in Carnia, lontane, e io seduta al banco della scuola elementare le pensavo fissando la cartina dell'Italia alla mia destra, lì dove c'era il Friuli e ancora un pò più sù verso quasi il confine..."Sua figlia è molto brava, ma spesso si incanta a guardare altrove" diceva la maestra a mia madre, e questa semplice frase si è stampata nella mia memoria perché coglieva un bisogno molto profondo, pur senza che né io né loro adulte ne fossimo consapevoli. La cartina mi aiutava a connettermi e a rendere meno dura l'attesa del ritorno.
Le montagne erano anche l'ultima immagine dal finestrino della 127 gialla mentre la nostalgia mi si annodava in gola nel momento dell'addio, all'imbocco della galleria.
Cosa rappresentavano le montagne per me l'ho capito molto più tardi: erano e sono il mio senso delle radici familiari, del contenimento sicuro e della connessione con la natura, elementi che danno significato alla mia esistenza. Le montagne di cemento erano invece per me vacue, vuote e fredde di solitudine.
Ora vivo tra le montagne, pur non scalandole, né facendo gli sport invernali: per me va bene trovarle davanti a me al mattino e salutarle la sera, godere dei loro colori e profumi e sentirle compagne della mia vita e delle vite che verranno dopo di me.
Finalmente non sento più lo strappo della nostalgia, perché ho trovato quel posto che per me è "casa" e che auguro a tutti di poter trovare.
Erica